Stratificazione – 
Mostra collettiva internazionale |  

Galleria Medusa, Capodistria, 12.06.2026–20.09.2026 – 
inaugurazione: venerdì, 12.06.2026, alle ore 19.00 | 

A cura di: Andrea Bódis, Barna Benedek, Júlia N. Mészáros, Milán Bódis, 
Coordinazione: Tatjana Sirk. 

Artiste in mostra:

Linda Arts (NL), Beti Bricelj (SI), Maria Chakarova (BG), Rita Ernst (CH), Tünde Fülöp (HU), Katalin Haász (HU), José Heerkens (NL), Barbara Höller (AT), Ingrid Hornef (DE), Martina Klein (DE), Ágnes Kontra (HU), Zsuzsanna Kóródi (HU), Minami Miyajima (JP), Gabi Mitterer (AT), Riki Mijling (NL), Katja Pál (SI), Rita Rohlfing (DE), Anikó Robitz (HU), Esther Stocker (IT), Anna Szprynger (PL), Mar Vicente (ES), Olga Zabron (PL).

La mostra Stratificazione presenta ventidue artiste contemporanee di arti visive di varie generazioni, provenienti da dieci Paesi europei e dal Giappone, accomunate da un linguaggio espressivo specifico, riconducibile principalmente all’Op Art. La mostra nasce dalla collaborazione tra le Gallerie costiere Pirano e la 37 Gallery, galleria privata di Budapest diretta da Andrea Bódis. Si tratta di uno spazio espositivo di dimensioni contenute situato nel centro culturale di Újbuda, uno dei pochi in Ungheria a dedicarsi alla promozione dell’arte visiva contemporanea di alta qualità e alla costruzione di una vasta rete di relazioni artistiche internazionali. Attiva dal 2010, la galleria riserva particolare attenzione alle artiste e agli artisti emergenti, ai quali offre mostre personali e un sostegno promozionale nei primi cinque anni del loro percorso professionale. Dal 2017 la sua attività si concentra principalmente su autrici e autori che operano nell’ambito dell’arte astratta geometrica e dell’arte concreta.

Nel 2024 il team della galleria ha ideato e organizzato una mostra itinerante internazionale dedicata ad artiste rappresentate dalla galleria stessa, accomunate, oltre che dall’appartenenza di genere, da una ricerca sviluppata attraverso differenti media all’interno della pratica artistica sopra descritta. L’iniziativa nasce principalmente con l’obiettivo di favorire la creazione di reti tra gallerie europee che, prive di pregiudizi, sappiano riconoscere la qualità della ricerca delle artiste selezionate e l’importanza della creatività femminile nel contesto delle arti visive e, più in generale, della società contemporanea. Al progetto, tuttora in corso e in costante evoluzione, hanno già aderito prestigiosi partner di altri Paesi europei, contribuendo a creare nuove opportunità di diffusione, maggiore visibilità e qualificata valorizzazione critica dei risultati artistici delle partecipanti nel panorama internazionale.

La mostra si propone inoltre di interrogare questioni antiche e attuali che attraversano il sistema dell’arte, nel quale risulta spesso impossibile determinare il valore di un’opera attraverso criteri oggettivi, poiché esso è influenzato in misura ben maggiore dal contesto, dallo spirito del tempo e da coloro che contribuiscono a formare l’opinione pubblica.

Attraverso le opere di artiste provenienti da diversi Paesi, la mostra itinerante mette in evidenza la complessità e la molteplicità di significati dell’arte visiva contemporanea, nonché le peculiarità tematiche, linguistiche e tecniche delle partecipanti, il loro impiego di differenti media e le soluzioni innovative che caratterizzano la loro ricerca. L’esposizione indaga inoltre le fonti d’ispirazione che hanno dato origine alle opere presentate. Questa serie di mostre non è dunque una mostra sul genere, bensì un’occasione unica per presentare e valorizzare i più recenti risultati della ricerca artistica delle artiste come collettività, offrendo al contempo la possibilità di conoscere direttamente le singole opere e le personalità creative che le hanno realizzate.

La mostra è stata presentata per la prima volta nel 2024 a Budapest (37 Gallery); successivamente ha fatto tappa a Vienna (Sehsaal Galerie), a Colonia e a Coaraze (Floss und Schultz Galerie), per approdare infine quest’anno a Sofia (Nonsofia Gallery and Archive – Centre of Geometric Art). In ciascun Paese sono state coinvolte nuove artiste, generalmente provenienti dal contesto nazionale ospitante. Nelle precedenti edizioni la Slovenia è stata rappresentata da Beti Bricelj; per l’attuale allestimento presso la Galleria Medusa è stata selezionata anche Katja Pál. La conclusione del progetto è prevista per il 2028, anno in cui verrà pubblicato anche un catalogo collettivo. Il volume documenterà il ciclo delle mostre realizzate nelle gallerie europee e, attraverso contributi critici, offrirà una valutazione della rete espositiva costruita nel corso del progetto, nonché delle singole poetiche artistiche delle partecipanti.


Tatjana Sirk

Traduzione: Ivan Marković.

LE ARTISTE

Linda Arts (1971, Paesi Bassi)

Il lavoro di Linda Arts si concentra su luce, spazio e prospettiva ed è caratterizzato dall’uso del nero, del bianco e di tutte le sfumature intermedie. Attraverso un’interazione di grigi e piani emergono nuove prospettive, talvolta distorte, che spesso generano un effetto ottico. Poiché Arts lavora con la pittura a olio, il processo di creazione è lento. Lo stesso vale per l’esperienza della visione: l’opera non si rivela a colpo d’occhio, ma richiede quiete e un approccio attento e contemplativo. 

Beti Bricelj (1974, Slovenia) 

I cubi di Beti Bricelj funzionano come un diagramma operativo più che come la rappresentazione di un oggetto tridimensionale. Il loro ruolo è analitico: permettono di esplorare le relazioni tra planarità, profondità e percezione. Il processo si fonda su un sistema di regole predefinito che struttura l’opera e consente alle differenze di emergere come risultato immanente del sistema stesso.

All’interno di questo sistema, il colore agisce come elemento destabilizzante. Sfuma il confine tra planarità e chiarezza spaziale, incoraggiando un’oscillazione tra la lettura del cubo come volume e la percezione del suo spazio interno. I confini interni ed esterni sfuggono a un orientamento stabile, attivando una continua ricostruzione della logica spaziale.

Le opere non rappresentano lo spazio; lo attivano. Lo spettatore diventa partecipe del processo di ricostruzione visiva, in cui il significato nasce dalla relazione tra osservatore, sguardo e oggetto. Lo spazio è inteso come risultato della visione — come esperienza iniziata e costituita dall’opera. Ogni atto del guardare ricostruisce uno spazio che non si stabilizza mai, ma rimane in uno stato di costante trasformazione.

Maria Chakarova (1972, Bulgaria)

Le opere di Maria Charakova  sono principalmente dipinti a olio di grande formato, sebbene utilizzi anche acrilici, pennarelli e filo. Il suo metodo di lavoro implica riduzione, stratificazione, nonché l’uso di colori primari e toni saturi.

Il processo di lavoro di Maria Chakarova implica la semplificazione e l’astrazione dai fatti visivi e dalla narrazione. L’artista ottiene la stratificazione costruendo sottili strati di pittura a olio fino a raggiungere un colore o un tono intenso. Queste piccole tele, tuttavia, sono diverse. In esse, il colore della base, in armonia con la griglia e la geometria cromatica, si combina in una miscela eterea di tono, struttura spaziale e luce. Questo ambiente vibrazionale è centrale per il dipinto. Chakarova associa il suo lavoro su questi pezzi a un ricordo positivo di leggerezza: il piacere di realizzare un dipinto attraverso l’ordine e le relazioni tra gli elementi pittorici e i colori.

Rita Ernst (1956, Svizzera)

Rita Ernst è una pittrice astratta svizzera nota per le sue reinterpretazioni pittoriche di forme architettoniche e sistemi geometrici. Vive e lavora a Zurigo e a Trapani, in Sicilia; la sua arte crea un ponte tra arte concreta e astrazione intuitiva.

Le opere di Ernst si muovono lungo il confine tra architettura e pittura. A partire da planimetrie architettoniche, trasforma i suoi dipinti in sistemi di sottili bande verticali e campi di colore che evocano il ritmo e le proporzioni delle strutture originarie. Sebbene sia associata alla tradizione degli Zürcher Konkreten, si discosta consapevolmente dalla costruzione strettamente razionale e sottolinea invece il processo intuitivo ed emotivo della pittura.

Tünde Fülöp (1986, Ungheria)

Tünde Fülöp è un’artista tessile ungherese nota per il suo approccio innovativo alle tecniche tessili tradizionali. Combina un’accurata abilità artigianale con una visione artistica contemporanea, creando opere che esplorano texture, colore e relazioni materiali. La sua arte riflette spesso temi legati alla natura, alla memoria e al patrimonio culturale, espressi attraverso tessitura, ricamo e media tessili misti. Fülöp ha partecipato a numerose mostre in Ungheria e all’estero, e le sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche.

Katalin Haász (1971, Ungheria)

Nel 2008 Katalin Haász ha realizzato una meridiana il cui gnomone è un nastro di Möbius; i contorni delle ombre proiettate creano un sistema di linee con cui lavora da anni.

Il nastro di Möbius è una superficie che ha un solo lato e un solo bordo – se lo si segue, si “rovescia” su se stesso. Questa singolare proprietà porta già in sé un significato filosofico: continuità, infinito, risoluzione degli opposti.

José Heerkens (1950, Paesi Bassi)

L’opera di José Heerkens ÖCö L11. One Evening è un esempio caratteristico della pittura astratta minimalista dell’artista. Si tratta di un dipinto a olio su tela, costruito attraverso sottili transizioni cromatiche e fasce verticali e orizzontali ritmiche. A un primo sguardo, la composizione appare trattenuta e meditativa, ma con un’osservazione prolungata iniziano a emergere delicati effetti di luce e profondità spaziale.

Un tema centrale nell’arte di Heerkens è la percezione del colore, della luce e del tempo. Il titolo One Evening suggerisce che il dipinto evochi l’atmosfera o le condizioni luminose di una sera, piuttosto che raffigurare un paesaggio o una scena specifica. L’artista utilizza spesso titoli che fanno riferimento a momenti della giornata, poiché i suoi dipinti trasmettono atmosfere e percezioni interiori più che immagini rappresentative.

Barbara Höller (1959, Austria) 

Le linee sono presenti nelle opere di Barbara Höller come strutture a griglia o a rete, sovrapposte, evanescenti e interrotte. L’artista lavora solitamente per serie, per ciascuna delle quali sviluppa un nuovo sistema fortemente determinato dai materiali impiegati, dal formato e dall’applicazione del colore. La continua tensione di Barbara Höller verso la sistematizzazione fa sì che, già durante il processo di lavoro di una serie, elabori nuove strategie per futuri gruppi di opere.

L’opera intitolata Plac 2 (2018) riflette l’approccio pittorico dell’artista all’astrazione geometrica. Le opere di Höller sono caratterizzate da un uso ridotto della forma, da campi cromatici sottilmente strutturati e da composizioni che evocano un senso di spazio architettonico. All’interno del dipinto, piani, linee e campi di colore in interazione tra loro generano al tempo stesso tensione ed equilibrio. L’uso della pittura acrilica consente superfici pulite e omogenee e confini formali netti, che costituiscono alcune delle caratteristiche importanti della pittura di Höller.

La sua arte esplora questioni legate all’ordine e al ritmo, al rapporto tra ripetizione e variazione, all’attivazione della percezione spaziale dello spettatore e alle tradizioni del minimalismo e dell’astrazione costruttiva.

Ingrid Hornef (1940, Germania)

Nei suoi dipinti, Ingrid Hornef rende visibili le leggi del caso in modo fortemente estetico – sorprendendo non solo gli amanti dell’arte. Ogni dipinto possiede un effetto artistico unico. Mentre un dipinto sembra essere riempito da un intrico di linee, altri presentano motivi chiari, spazi aperti o figure simili a tangram. Come artista, stabilisce le regole: la scelta dei colori, le dimensioni dei dipinti, il tipo di linee e forme, i criteri da determinare mediante il lancio dei dadi. In seguito, tuttavia, utilizza il caso come “dono delle muse”, che conferisce a ogni dipinto un carattere distinto.

Martina Klein (1962, Germania)

Nelle sue opere monocrome Martina Klein esplora la pittura fino alla profondità dei suoi fondamenti. Gli effetti del colore, dei materiali e della percezione degli spettatori nello spazio sono il punto di partenza del suo lavoro artistico. Il suo approccio pittorico segue le orme della cosiddetta pittura concettuale “analitica”, ma sviluppa un linguaggio formale distintivo e del tutto personale. Superfici rigorosamente monocrome si proiettano nello spazio espositivo grazie alla collocazione strutturale non convenzionale delle sue tele. Altre opere si piegano per via dei loro supporti a forma di L e sono montate a parete o liberamente ovunque nello spazio. Diventano dipinti che modellano lo spazio e dialogano tra loro. Spesso si tratta di installazioni site-specific con forme e disposizioni variabili. In questi contesti mutevoli Martina Klein esamina le interrelazioni tra i ruoli convergenti di spettatore, opera d’arte e artista.

Ágnes Kontra (1977, Ungheria)

Ágnes Kontra è principalmente ispirata dall’esplorazione dei paesaggi interiori dell’anima umana e dai suoi viaggi nel mondo esterno. La sua arte è una forma di pittura introspettiva, lirica e sensibile, che invita lo spettatore a un’interpretazione personale.

Transizioni cromatiche morbide e spazi atmosferici sono caratteristici del suo lavoro e creano un’atmosfera meditativa. Nei suoi dipinti utilizza 15–20, o anche più, strati di pittura a olio sovrapposti. Grazie a questi strati sottili e successivi, i colori non appaiono su un unico piano; acquisiscono invece profondità ottica e sembrano quasi fluttuare. Gli strati sottostanti traspaiono delicatamente, conferendo ai dipinti una luminosità interiore unica. Si tratta di un processo molto lungo, poiché ogni strato deve asciugarsi, rendendo la creazione delle sue opere una pratica lunga e meditativa.

Zsuzsanna Kóródi (1984, Ungheria)

Zsuzsanna Kóródi pensa sempre per strati. Gli strati generano immagini parallele e perpendicolari, che si muovono sia nello spazio sia nel tempo e sono caratterizzate da un ritmo ripetitivo. La maggior parte delle sue serie ruota attorno al tema dei diversi schermi e riflette sull’ambiente digitale contemporaneo. Nelle sue sculture e immagini, l’immagine visiva, il movimento o la geometria della luce si crea sempre tra due strati di questo tipo, posti a una determinata distanza l’uno dall’altro. Nel suo lavoro incorpora tecniche artigianali, industriali e digitali, combinandole per evocare i delicati contrasti che la aiutano a mettere in luce un determinato problema. È interessata soprattutto alle forme piane monocromatiche e, ultimamente, alle transizioni cromatiche.

Minami Miyajima (1997, Giappone)

Minami Miyajima è una giovane artista contemporanea giapponese nota per dipinti geometrici costruiti principalmente a partire da quadrati e strutture simili a cubi. Nelle sue opere, spazi urbani, frammenti di memoria e mondo psicologico interiore si incontrano in una palette minimalista in bianco e nero o dai colori smorzati.

Le sue opere non raffigurano luoghi specifici; sono piuttosto impressioni astratte di memoria, tempo e percezione.

Il suo interesse principale è creare uno spazio in cui lo spettatore possa scoprire i propri significati e le proprie associazioni. L’interpretazione delle sue opere dipende interamente dal background dello spettatore, ed è questo a renderle così affascinanti: possono essere interpretate in un numero infinito di modi.

Gabi Mitterer (1967, Austria)

La serie di opere FLUPES (FLuide/striPES) di Gabi Mitterer è composta da strisce di tela sciolte che — anche simbolicamente — si staccano dal tradizionale quadro su tavola, decostruendolo per essere disposte in nuove costellazioni d’immagine variabili. Ciò è reso possibile da clip metalliche che fissano e tengono insieme le strisce di tela sovrapposte su un’asta di ottone. Il gradiente cromatico acromatico e le estremità arrotondate rafforzano l’elemento fluido, inerente anche alla consistenza della pittura a olio e, in un certo senso, trasformato in stato solido dalla sua applicazione sulla tela. L’estetica digitale dell’opera intende richiamare la sfocatura del/dei medium, che, a causa dell’illusione di profondità, tiene conto dell’aspetto dell’inganno ed è ulteriormente intensificata dalla stratificazione delle strisce.

Riki Mijling (1954, Paesi Bassi)

L’opera Infinite Void di Riki Mijling rappresenta lo sviluppo che l’artista ha attraversato negli ultimi dieci anni. Ciò significa che vi sono presenti molti aspetti del suo lavoro recente: l’uso di acciaio bruciato o arrugginito, la forma e lo spazio negativo, nonché la possibilità di appendere quest’opera liberamente. Il modo in cui massa e vuoto funzionano insieme nell’opera di Mijling è privo di significato nel senso che non viene raccontata alcuna storia – e tuttavia il vuoto nella sua opera è un simulacro, una parvenza. Perché che cos’è il “vuoto”? Che cos’è il “nulla”? Il patto segreto tra osservatore e scultura talvolta rivela la risposta a queste domande. Nel caso di Mijling, non attraverso il pensiero su ciò che c’è da vedere, ma attraverso l’esperienza del vuoto confinato, della quiete e della contemplazione. L’opera di Mijling non si “capisce”, si esperisce. Riki Mijling lavora all’interno di una tradizione minimalista. Utilizzando materiali come ghisa, acciaio bruciato e acciaio CorTen, Mijling giunge a una semplificazione delle forme per lei essenziale: un linguaggio formale non oggettivo, non legato a un “soggetto”. Un lavoro dunque non referenziale, che non rimanda a un mondo esterno a quello dell’opera stessa. 

Testo di Antoon Melissen dal catalogo Reduction.

Katja Pál (1979, Slovenia)

Invece di dipinti dalla classica forma quadrata, le opere di Katja Pál si basano su poligoni. Le superfici monocrome bidimensionali sono in relazione costantemente mutevole tra loro. Osservandole da diverse angolazioni, si rivelano le dinamiche delle disposizioni geometriche delle opere. Le composizioni proseguono lungo i lati dei dipinti, sfumandone i confini. Grazie a questa manipolazione prospettica, la presenza di profondità e spazialità rivela le fasi stratificate dei motivi delle immagini. La sua gamma cromatica è intuitiva, ma le linee bianche di diverso spessore sono elementi ricorrenti. Dividendo i campi di colore con contorni netti, esse creano un forte contrasto tra le parti dell’immagine. I colori sono spesso richiamati nei titoli. PÁL realizza i suoi studi al computer. Pertanto, la diversità della geometria le consente di lasciarsi alle spalle le tecniche pittoriche tradizionali di creazione dell’immagine. I suoi dipinti sostengono al tempo stesso la pratica dei disegni tecnici assonometrici e la meticolosità del tratto a mano libera.

Il dipinto MIXO-2574 fa parte di un’indagine su come una determinata forma materiale, derivata da un pezzo di legno trovato, possa generare tensione spaziale sul piano pittorico. Attraverso un trattamento multistrato della superficie, Katja Pál esamina la relazione tra forma, struttura ed effetto spaziale, così come i modi in cui un dipinto può affermare la propria presenza come oggetto nello spazio. Nel dipinto [OM 027] nn14 riduce i mezzi visivi a un unico colore e a un unico elemento lineare. La forma iniziale da un pezzo di legno trovato, rimane invariata, ma l’artista la affronta attraverso un gesto pittorico estremamente condensato. Con un intervento minimo, esplora come un singolo segno possa attivare il piano e spostarlo verso una presenza oggettuale.

Rita Rohlfing (1964, Germania)

Le opere su base di alluminio di Rita Rohlfing operano all’intersezione tra arte astratta contemporanea e percezione ottica. Queste opere non sono dipinti tradizionali, ma oggetti spaziali costruiti sull’interazione tra luce, superficie e colore. Nonostante siano superfici piane, producono un effetto spaziale illusionistico: le opere appaiono spaziali e fluttuanti.

Composizioni trattenute producono tuttavia una forte esperienza ottica e un impatto sensoriale. Le sue opere in alluminio non raffigurano oggetti; creano invece campi visivi in continuo mutamento attraverso i cambiamenti della luce.

Anikó Robitz (1978, Ungheria)

Anikó Robitz, fotografa ungherese contemporanea, esplora spesso nel suo lavoro l’atmosfera, la complessità stratificata e il ritmo visivo degli spazi urbani.

La serie Venice cattura l’atmosfera senza tempo e malinconica della città, ponendo l’accento sui riflessi della luce, sulle superfici d’acqua e sulle sottili transizioni cromatiche. Spesso evita rappresentazioni dirette dei luoghi turistici, concentrandosi invece su dettagli silenziosi e ritmi visivi. In questa immagine, Venezia non è semplicemente un luogo, ma una sorta di esperienza sensoriale: un senso di sospensione, lentezza e atemporalità.

È caratterizzata da un uso consapevole della creazione digitale dell’immagine, da uno spostamento verso il minimalismo compositivo e l’astrazione, e dalla trasformazione della realtà visibile in un’esperienza personale e interiore. Robitz non documenta in senso tradizionale; piuttosto interpreta, trasformando gli spazi urbani in un linguaggio visivo in cui anche le associazioni personali dello spettatore svolgono un ruolo importante.

La domanda è: come una città diventa immagine, esperienza e paesaggio interiore attraverso la fotografia.

Esther Stocker (1974, Italia) 

Attraverso sottili spostamenti, Esther Stocker esplora il fragile confine tra struttura e caos, mentre la griglia rivela un disordine paradossale: nonostante il suo rigore formale, sovraccarica l’occhio umano e destabilizza la percezione della chiarezza.

Per l’artista, la griglia costituisce la base che rende innanzitutto percepibili le deviazioni dall’ordine. Senza il sistema, l’assenza di sistema sarebbe inconcepibile, poiché può essere descritta solo in relazione alla struttura d’ordine esistente. In questa dialettica tra struttura e deviazione, Stocker sviluppa una propria logica del caos. Nascono spazi che offrono allo spettatore la possibilità di orientarsi e, allo stesso tempo, di perdersi. Il suo linguaggio formale ridotto, caratterizzato da linee e strutture a griglia in bianco e nero, si traduce in rigidi confini formali e dimensioni spaziali. I dipinti di Stocker, così come le sue installazioni e sculture, si sviluppano dalla concentrazione su mezzi minimalisti – le orizzontali, le verticali e le diagonali dello spazio – mentre la caratteristica riduzione a griglie in bianco e nero attraversa l’intera sua opera come parentesi concettuale.

Anna Szprynger (1982, Polonia)

Le opere di Anna Szprynger sono uno studio della struttura e delle relazioni tra gli elementi all’interno del campo pittorico. Attraverso la ripetizione della linea, spostamenti precisi e interruzioni controllate, Anna Szprynger costruisce sistemi di tensione in cui ogni dettaglio – una fessura, un cambiamento nella densità delle linee, la sovrapposizione dei piani – svolge una specifica funzione compositiva. Il silenzio tra le linee, una pausa o un vuoto, non è assenza ma un portatore attivo di significato; questi elementi conferiscono alle opere il loro tempo e ne determinano la scala di intensità. L’artista non tratta tali caratteristiche come ornamentazione, ma come componenti di una grammatica formale che definisce il ritmo e le dinamiche interne dell’immagine.

Mar Vicente (1979, Spagna)

Mar Vicente ha iniziato originariamente come pittore, ma le sue opere si muovono lungo i confini tra pittura, scultura e installazione.

Le sue opere intitolate Zerwürfeln segnano una fase importante del periodo geometrico-astratto dell’artista. Il titolo è una parola tedesca: würfeln (“ridurre a cubi”, “giocare ai dadi” o “spezzare in cubi”) combinata con il prefisso zer-, che insieme può essere reso approssimativamente come “decostruire il cubo” o “scomporre il cubo”. Questo descrive efficacemente l’essenza della serie: Vicente smonta, ruota e trasforma le forme di base del cubo e del quadrato in oggetti spaziali e otticamente instabili. I colori — principalmente rosso, blu, giallo, verde e bianco — non sono elementi decorativi, ma strumenti per manipolare la percezione spaziale.

Il movimento dello spettatore è fondamentale: osservata da diverse angolazioni, la forma cambia continuamente. In un primo momento, l’occhio e il cervello percepiscono un cubo stabile, ma quando lo spettatore si sposta, questa unità “si disgrega” e comincia a funzionare come una serie di poliedri diversi. Le opere giocano quindi consapevolmente con l’incertezza ottica, la prospettiva e le relazioni tra luce e ombra. Il ruolo della luce è particolarmente importante per Vicente. Le superfici bianche spesso non sono aree “vuote”, ma riflettono invece i colori vicini, permettendo allo spazio stesso di diventare parte dell’opera.

Olga Zabron (1985, Polonia)

Olga Zabron esplora l’ambito dell’arte geometrica. Lavora nella pittura, nel disegno, nell’arte dell’oggetto e nell’installazione spaziale. Nei suoi dipinti, la linea diventa l’elemento essenziale della struttura che crea forme ritmiche sospese in uno spazio indefinito di colore. Figure collocate centralmente, composte da linee pulsanti, sono una concentrazione di energia racchiusa in una forma geometrica. Quando gli spazi interni si incontrano, le tensioni aumentano e dinamizzano il piano apparentemente calmo dell’immagine. Le forme geometriche dipinte su tela cercano autonomia ed emergono come oggetti in una nuova serie di opere. La forma si separa, si incrina e si disgrega parzialmente. Tutto ciò le conferisce un significato del tutto nuovo. La forma spezzata in parti e in equilibrio lascia entrare lo spazio circostante. Genera un altro tipo di vibrazione, un effetto di inquietudine. Tutte le opere di Olga Zabron tentano di creare strutture di tensioni interne.

Traduzione dall’ inglese: Rihard Lobenwein.